POTENZA - La Basilicata perde 77,9 milioni di euro per la mobilità sanitaria interregionale. È questo il saldo negativo registrato nel 2023 e certificato dal nuovo report della fondazione Gimbe, che inserisce la regione nella fascia del “saldo negativo moderato”, in riduzione di 2,9 milioni rispetto al 2022. In particolare, con 56.760.349 euro di crediti, la Regione si colloca in 17/a posizione, in 15/a per i debiti con 134.646.295. Un dato meno drammatico rispetto alle regioni con disavanzi superiori ai 100 milioni, ma che conferma una fragilità strutturale dell’offerta sanitaria lucana oltre al rischio “commissariamento” del sistema sanitario regionale. A livello nazionale la mobilità sanitaria ha raggiunto la cifra record di 5,15 miliardi di euro, con un aumento del 2,3% rispetto al 2022. Un flusso imponente di risorse che continua a spostarsi in larga parte dal Mezzogiorno verso il Nord.
Oltre il 95% del saldo attivo si concentra in tre regioni: Lombardia (645,8 milioni), Emilia-Romagna (564,9 milioni) e Veneto (212,1 milioni). Sono loro ad attrarre la maggior parte dei pazienti provenienti da altre aree del Paese. Sul fronte opposto, le regioni del Sud continuano a finanziare, con le proprie risorse, i sistemi sanitari settentrionali. Calabria, Campania, Puglia e Sicilia registrano saldi negativi rilevanti. La Basilicata, con i suoi -77,9 milioni, si colloca in una fascia intermedia ma comunque preoccupante. «Non siamo più di fronte a semplici differenze regionali - ha dichiarato il presidente della fondazione, Nino Cartabellotta - ma a una frattura strutturale che rischia di ampliarsi ulteriormente con l’autonomia differenziata». Il diritto alla salute, ribadisce il report, è sempre più condizionato dal luogo di residenza.
Un dato distingue nettamente la Basilicata dal resto d’Italia: solo il 7,2% delle prestazioni erogate ai lucani finisce nelle strutture private accreditate. È la percentuale più bassa del Paese. Gimbe specifica che “il volume dell’erogazione di ricoveri e prestazioni specialistiche da parte di strutture private è un indicatore della presenza e della capacità attrattiva del privato accreditato”. La Regione si colloca in 21a posizione con le strutture private che erogano il 7,2% del valore totale della mobilità sanitaria attiva regionale (media Italia 54,5%). A livello nazionale, infatti, oltre la metà della mobilità attiva (54,5%) viene incassata dalla sanità privata convenzionata. In regioni come Molise, Lombardia, Puglia e Lazio il privato assorbe oltre il 60% delle risorse in entrata. In Basilicata, invece, il comparto privato accreditato ha un peso marginale nei flussi di mobilità. Questo può essere letto in due modi: da un lato segnala una minore capacità attrattiva delle strutture private lucane; dall’altro evidenzia uno spazio potenziale non pienamente espresso.
Secondo gli operatori del settore, la specialistica ambulatoriale accreditata in Basilicata dispone di competenze e professionalità che potrebbero intercettare una quota maggiore di domanda sanitaria, sia interna sia da fuori regione. Tuttavia, i tetti di spesa imposti alla sanità convenzionata limitano l’espansione dell’offerta. In pratica, anche in presenza di liste d’attesa e di domanda insoddisfatta, le strutture accreditate non possono superare i volumi fissati dai budget regionali. Questo frena la possibilità di trattenere pazienti lucani che scelgono di curarsi altrove per tempi più rapidi o per prestazioni ad alta complessità. La conseguenza è duplice: da un lato aumenta la mobilità passiva, dall’altro non si valorizza appieno un segmento che potrebbe alleggerire la pressione sul pubblico e ridurre le fughe sanitarie.
Secondo i dati Agenas analizzati da Gimbe, l’80,4% della mobilità per ricoveri è “effettiva”, cioè frutto di una scelta del paziente. Solo una quota residuale riguarda ricoveri inappropriati. Per la specialistica ambulatoriale, il 93% delle prestazioni erogate in mobilità si concentra in tre ambiti: terapie, diagnostica strumentale e laboratorio. È proprio su questo terreno che la Basilicata potrebbe giocare una partita decisiva, rafforzando la rete territoriale e superando rigidità organizzative e finanziarie.
Il report della fondazione richiama anche le implicazioni dell’autonomia differenziata, già avviata in alcune regioni del Nord. In un contesto in cui le aree più forti attraggono risorse e professionalità, il rischio è quello di consolidare ulteriormente le diseguaglianze. Per la Basilicata, regione con una popolazione ridotta e una distribuzione territoriale frammentata, la sfida è duplice: migliorare la qualità e la tempestività delle cure per ridurre le fughe e, al tempo stesso, valorizzare il ruolo del privato accreditato come alleato del servizio pubblico.
I 77,9 milioni di saldo negativo non rappresentano solo una voce contabile. Sono risorse che escono dal sistema sanitario regionale e che potrebbero essere reinvestite in personale, tecnologie e servizi territoriali. Ridurre la migrazione sanitaria non significa limitare la libertà di scelta dei cittadini, ma creare condizioni di fiducia e qualità tali da rendere lo spostamento un’opzione e non una necessità. In gioco non c’è soltanto l’equilibrio dei conti, ma l’equità di accesso alle cure. Per la Basilicata, il tema della mobilità sanitaria si intreccia con quello dello spopolamento e della coesione territoriale: una sanità forte e credibile è anche un fattore di attrattività e di permanenza. E il rilancio passa da un equilibrio più efficace tra pubblico e privato accreditato, dentro una visione unitaria del servizio sanitario regionale.